Babbo Natale e lo sciopero delle renne

BABBO NATALE E LO SCIOPERO DELLE RENNE

Qualche settimana prima delle Feste, Babbo Natale visitò gli allevatori del paese, per conoscere le renne che avrebbero trainato la sua slitta. Purtroppo però, tutti gli rispondevano che quest’anno le renne facevano sciopero, perché dicevano che negli ultimi mesi avevano ricevuto poco fieno da mangiare. Babbo Natale provò un senso di preoccupazione, perché non sapeva più a chi rivolgersi. Aveva ricevuto molte lettere dai bambini di tutto il mondo e quindi doveva assolutamente trovare una soluzione per poter consegnare tutti i regali. Un bel giorno, mentre tornava a casa, incontrò per caso un suo vecchio amico scoiattolo, soprannominato Tacabanda, per il suo fare energico e vispo. “ Caro Tacabanda “ disse Babbo Natale, “ mi dovresti aiutare, perché ho un bel problema; non ho le renne per portare i doni ai bambini , e non so cosa fare “. Tacabanda rimase sorpreso per questa richiesta, però disse: “ Senti, io ho degli amici scoiattoli molto disponibili e potrei rivolgermi a loro. E’ chiaro che per trainare la tua slitta così carica di bei regali, ci vogliono molti scoiattoli e ti prometto che ancora stasera cercherò questi amici “. “Intanto ti ringrazio molto “ disse Babbo Natale, “ tra qualche giorno fammi sapere.” Lo stesso giorno, Tacabanda iniziò a cercare i suoi amici e li convocò a casa sua la sera stessa. Erano quattro e si chiamavano Etcì, detto anche Vicks, per i suoi starnuti, Salute, fratello gemello di Etcì, Pelodritto, per il suo mantello sempre ben curato e pulito, ed infine Occhio di lince, dalla vista molto acuta. “Cari amici” esordì Tacabanda, “ho ricevuto un incarico da Babbo Natale, come ben sapete mio grande amico. Egli non ha le renne per portare i doni ai bambini, e perciò mi ha chiesto di aiutarlo. Confido nella vostra grande disponibilità e generosità, e nella nostra lunga amicizia. Volevo sentire quindi se qualcuno di voi ha un’idea, di come fare per sostituire le renne”. I quattro scoiattoli si guardarono negli occhi e dopo sei starnuti, Etcì disse la sua:” Credo, che dobbiamo fare un passaparola a tutti gli scoiattoli del bosco per trovarne un bel gruppo. La slitta di Babbo Natale è un po’ pesante con tutti i doni, perciò dobbiamo essere in tanti.” Intervenne anche Pelodritto e disse:”Secondo me, se saremo in molti ce la faremo. Ci possiamo dividere in quattro squadre ed ognuno di noi né comanderà una, mentre tu Tacabanda farai il comandante di tutto il gruppo.” Gli altri due, Salute e Occhio di lince furono d’accordo e pure Tacabanda, il quale aggiunse:”Mi sembran due buone idee; non ci resta che metterci al lavoro. Intanto vi ringrazio tanto, e ci sentiamo tra pochi giorni.” Già la mattina dopo, i quattro amici iniziarono a girare per i boschi alla ricerca degli scoiattoli, ed a mezzogiorno avevano trovato già una cinquantina di amici disposti a partecipare con gioia. Né serviva però ancora qualcuno, e continuarono a cercare per tutto il pomeriggio. Alle cinque della sera, dopo aver fatto molta strada,su e giù per gli alberi, si ritennero soddisfatti. Avevano trovato ben ottanta scoiattoli, ed era un numero che poteva andar bene, perché così riuscivano a fare quattro squadre da venti. Siccome il Natale era sempre più vicino, i quattro amici avvisarono subito Tacabanda, il quale decise di incontrare immediatamente Babbo Natale. “Caro amico Babbo Natale” esordì Tacabanda, “ti portiamo una gran bella notizia. Abbiamo trovato un gruppo affiatato e numeroso di scoiattoli, sono ben ottanta e questo ci permette di fare le quattro squadre da venti. Io dirigerò tutta la truppa, mentre ognuno dei miei quattro amici, dirigerà una singola squadra.” Babbo Natale si commosse dinanzi a queste parole che tanto aspettava e nel ringraziarli, li abbracciò fortemente, e aggiunse:”Sarà un Natale diverso per me e per tutti quei bimbi che mi hanno scritto, a cui consegnerò con immensa gioia tutti i loro doni, grazie alla generosità dei nostri amici scoiattoli. Credo che questo splendido momento, meriti un brindisi, perché mi avete fatto un grandissimo regalo.” Babbo Natale tirò fuori dal frigo una bottiglia di spumante e brindarono felicemente, cantando e ballando a ritmo di rock and roll per tutta la notte.

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Il tappeto di Tareq

Disegno 7Quella sera d’agosto, Babbo Natale decise di andare a far due passi; in casa era troppo caldo, mentre fuori un leggero vento rinfrescava l’aria. Mise un paio di rosse bermuda a righe e una canottiera gialla a pois, e si avviò scalzo verso la campagna. Nonostante fosse già notte, una morbida luce illuminava tutta la pianura, e la sua ombra era stranamente lunga sul terreno. Sopra, nel firmamento stellato, una faccia bianca ciondolante, grandi occhi di civetta e sottile naso volpino, sorrideva a Babbo Natale: era luna piena e subito il vecchio capì la sua strana ombra. “Grazie per la tua luce,” pensò tra sé, e salutandola a mano alzata continuò il suo cammino. Dopo un po’, vide per terra un’altra grande ombra, che ondeggiava lentamente. Poco sopra la sua testa, uno strano oggetto volante con un uomo a bordo, si stava avvicinando, e incuriosito lo chiamò: “Ehilà voi, chi siete?” “Ciao, sono Tareq,” rispose l’uomo, “e questo è il mio tappeto volante; si chiama Bazar, perché sopra ci metto tante cose.” Il vecchio rimase piacevolmente sorpreso, e subito chiese: “Mi porteresti a fare un giro di prova?” E Tareq : “Certo, salta su e vedrai com’è bello volare sul mio tappeto.” Bazar si posò per terra e dopo che l’ospite si era accomodato, iniziò dolcemente ad alzarsi. “Portami pure in alto, tanto non ho nessuna paura,” disse Babbo Natale a Tareq, il quale non se lo fece dire due volte. Si alzarono alti nel cielo, con la luna piena sempre a tener loro compagnia. Agli occhi di Babbo Natale, si mostrava tutta la bellezza della terra, in quella notte chiara: più volava, più si sentiva felice e non gli sembrava vero di esser su un tappeto volante. Sotto, vedeva passare le grandi foreste e le montagne, gli oceani ed i fiumi, i deserti e le città illuminate: tutto era così straordinario! Volarono quasi l’intera notte, e sulla via di ritorno Tareq chiese al suo ospite: “Posso sapere chi sei tu? “ “Sono Babbo Natale,” rispose il vecchio. Tareq rimase incredulo: “Non l’avrei mai pensato, anche perché per come sei vestito, tutto sembravi fuorché il vecchio dei regali.”

Verso mattina toccarono terra e prima di salutarsi, l’uomo del tappeto disse: “Non puoi immaginare la gioia che provo per averti conosciuto, perciò se al prossimo Natale ti serve un passaggio per portare i doni, ti accompagnerò volentieri.” “Stavo quasi per chiederti la stessa cosa. Mi son divertito talmente tanto, che ho grande voglia di portare i doni con te e il tuo Bazar. Affare fatto, accetto la tua proposta,” rispose Babbo Natale. Visibilmente emozionato, Tareq ribatté: “Se vuoi, posso portare anche Sindibàd e Hindbàd, due miei fidati e vecchi amici con i loro tappeti, così avremo molto più spazio per i regali.” “Certamente, mi piace un sacco l’idea di una carovana di tappeti volanti. Teniamoci in contatto e poi qualche giorno prima di Natale, ci possiamo incontrare al bar del paese per mettere a punto i particolari di questo magico viaggio,” disse il vecchio. Si salutarono abbracciandosi forte, entrambi increduli di quella splendida nottata. Qualche giorno prima di Natale, come d’accordo, si incontrarono per definire gli ultimi dettagli. Con Tareq c’erano pure i suoi amici, Sindibàd e Hindbàd , i quali si presentarono a Babbo Natale stringendogli la mano: “Ciao, il nostro amico Tareq, ci ha raccontato di te e della notte passata assieme sul suo tappeto, girovagando illuminati da una splendida luna piena, e perciò vogliamo pure noi essere partecipi del tuo prossimo viaggio, e dare così il nostro contributo a questa impresa che si annuncia davvero speciale.” “Sarà speciale soprattutto grazie a voi, ed alla vostra disponibilità e generosità. Poi, quella notte con Tareq è stata così emozionante, che non vedo l’ora di ripartire con Bazar, sicuro che ci divertiremo tanto: vi aspetterò a casa mia la sera del 25,” rispose Babbo Natale. “Certo, vedrai che sui nostri tappeti grandi e puliti per l’occasione, sistemerai tutti i regali,” ribatté Tareq. Giunse il momento della partenza, Tareq, Sindibàd e Hindbàd, arrivarono puntuali a casa del vecchio. Il vento che soffiava leggero, permise ai tre tappeti di posarsi a terra senza problemi. Babbo Natale andò loro incontro, e nel salutarli scrutò il cielo: “Vedo le stelle luminose e la luna sorridente, e questo ci fa ben sperare; sulle poche nubi ci fermeremo per fare qualche breve pausa.”

Si sedettero attorno ad un tavolo carico di pasticcini e bevande, e per un po’ parlarono del viaggio. Dovevano ancora chiarire alcune cose, per permettere una buona riuscita della loro impresa. Dopo aver consumato quasi tutti i pasticcini, Tareq disse: “Credo sia ora di caricare i doni sui nostri tappeti.” “Certo,” rispose Babbo Natale, “venite nella mia cantina, dove tutto è già pronto.” Quando la porta fu aperta e la luce accesa, gli amici rimasero a bocca aperta, ed in coro esclamarono: “Quanta bella roba!!!…sarà meglio iniziar subito.” In poco meno di un’ora, riuscirono a mettere tutti i regali sui tre tappeti. A terra nella stanza era rimasto uno zaino. “E questo di chi è?” disse Tareq. “ E’ mio, e contiene tutti gli indirizzi dei piccoli,” rispose Babbo Natale. “Ogni anno se ne aggiungono di nuovi e perciò questo viaggio non è mai noioso. Bene, ora mi sembra tutto a posto, e credo sia giunto il momento di partire.” Gli amici sorrisero e si misero alla guida dei loro tappeti. Babbo Natale prese posto su Bazar, sedendo accanto a Tareq. Dietro anche Sindibàd e Hindbàd erano pronti a partire seduti sui loro mezzi volanti, e coperti da un carico di regali davvero grande. Tareq che era molto esperto, guardando i suoi amici disse: “Al primo soffio di vento, ci leveremo in volo.” Dopo qualche secondo, una leggera brezza passò tra i rami degli alberi e dalle foglie uscì una voce appena sussurrata: “Ora potete partire, il vento è a vostro favore.” Improvvisamente i tre tappeti si staccarono lentamente da terra, e quando furono alti nel cielo iniziarono la loro corsa. La luna e le stelle applaudivano solidali e Babbo Natale sorrise loro ringraziandole. La carovana di tappeti si muoveva con grande leggerezza, nonostante il peso dei regali. Le poche nubi presenti in cielo, si misero in disparte per non essere di ostacolo a quel viaggio così speciale. Volarono negli angoli più lontani della terra, trovarono e raggiunsero con facilità tutte le case dei bimbi che avevano scritto a Babbo Natale. Al primo chiaror dell’alba, i tappeti completamente vuoti, iniziarono la discesa nel giardino del vecchio barba bianca, il quale una volta a terra esclamò: “Carissimi amici, volare sui vostri tappeti è stato straordinario e non posso che ringraziarvi.” Tareq visibilmente soddisfatto rispose: “Anche per noi è stata una splendida esperienza, che non dimenticheremo.” E Babbo Natale ribatté: “Prima di salutarci…” D’improvviso si accesero tutte le luci del giardino. Le renne amiche di Babbo Natale, uscirono da dietro gli alberi e applaudendo dissero: “Benvenuti a tutti voi! Abbiamo preparato una gran festa, in onore a Tareq, Sindibàd e Hindbàd, che ci hanno sostituito con grande maestria.” Babbo Natale sorpreso replicò: “Certo, credo anch’io che dobbiamo festeggiare per ringraziare questi nostri nuovi amici, che hanno fatto un gran favore a me, ma soprattutto a tutti i bambini.” E subito cominciarono a danzare, cantare e brindare; mentre la luna e le stelle erano già a letto da un bel po’, la festa salutava l’arrivo del sole, il quale guardò divertito Babbo Natale e tutti i suoi amici. La musica arrivò persino nel paese vicino, ed i suoi abitanti scesero curiosi nelle strade. Seguendone il suono, raggiunsero il luogo della festa; Babbo Natale quando li vide arrivare non fu per niente sorpreso e disse loro: “Venite pure avanti, c’è posto anche per voi!” Nel giardino fu subito gran baldoria: chi cantava, chi ballava, chi faceva capriole. Per tutto il giorno il paese si divertì come mai era successo. La festa finì solo a tarda sera, quando caddero tutti a terra sudati, sfiniti e contenti.

 

 

 

 

 

 

QUATTRO CASE COLORATE

S’ intravedon tra le mura

di una stinta palazzina

ragnatele di fessura

intra ‘l tetto e la cantina.

 

Si decide l’intervento

per ovviare a questa peste

ma, ahimè, si perde tempo

nella scelta della veste.

 

Vien proposta la pittura

gialla, arancia e pure rosa

sembra fatta su misura

come l’abito da sposa.

 

I giullari del colore

volan su per i ponteggi

dovran fare giorni e ore

ancorati agli alti ormeggi.

 

È deriso il gran lavoro

dalle splendide facciate

or godiam del bel decoro

e quattro case colorate.

UNA FOTO VERSO IL PALCO

Mancano pochi minuti alle nove, e sul palco tutto sembra pronto: in bella evidenza, percussioni, strumenti a corda, microfoni sparsi un po’ ovunque e dietro a tutto questo un semplice fondale bianco. Mentre aspetto fiducioso pensando alle note che tra poco risuoneranno in sala, il mio pensiero corre alla fotografia. Già, perché musica e fotografia sono due mie grandi passioni, che non ho mai saputo e potuto coniugare. Trovarmi perciò di fronte ad un palcoscenico così ricco, stimola la mia fantasia. Sono si desideroso di buona musica, ma pure di immagini, che potrebbero essere fissate su una pellicola, meglio se in bianconero, per accentuarne l’atmosfera, che in un concerto si vive sempre con alta intensità emotiva: suoni, luci e colori, ti passano davanti e ti entrano dentro, ti scuotono, ti fanno vibrare… ecco , io sono pronto!

Si attenuano le luci, la gente in sala si ammutolisce ed inizia a sedersi. Ormai tutto è spento, e dopo un video che presenta la breve storia di questa orchestra multietnica, i primi musicisti prendono posto e subito scatta un caloroso applauso. Sono tanti e di ogni colore: neri, bianchi e biondi, come pure variegati sono i loro vestiti.

Un bellissimo arpeggio nel pieno silenzio del teatro, da il via al concerto, e altrettanto bella ed intensa è la voce del giovane cantante africano. Ma il ritmo prende subito il sopravvento, dopo questo inizio lento ma suggestivo. Le scarni luci disegnano sul fondale effetti scenografici di forte impatto visivo, e la fantasia e la voglia fotografica vengono di nuovo a galla. I colori cangianti sempre intensi, impreziosiscono lo spettacolo già di per sé elettrizzante, raggiungendo un grande effetto teatrale. Ho quasi invidia per i due fotografi, che davanti al palco scattano alcune foto: vorrei poter esser lì anch’io al loro fianco!

Quando in scena cala il buio più totale, ed il fondale emana una luce chiara appena accennata, tutti i musicisti sono figure nere splendide a vedersi. Improvvisamente , un faro bianco illumina il suonatore di contrabbasso, pronto a scandire le prime note della prossima canzone. L’atmosfera di quell’immagine è alta, e in quell’istante il desiderio di un clic è altissimo, anche se mi rendo conto che tutto ciò necessita di un’ottima confidenza con l’arte fotografica, cosa che non mi appartiene.

Sedici sono i musicisti e molto diversi fra loro: nei vestiti, nel colore della pelle, nel timbro della voce, nel modo di muoversi suonando e cantando. Gli spunti fotografici che offrono, sono sempre più evidenti: un primo piano sulle mani o sui visi sempre espressivi, piuttosto che il lento e armonioso muoversi della sezione d’archi, al cui interno fanno bella figura due splendide ragazze bionde. Anche la simpatica presenza del capobanda è degna di attenzione: quasi fosse un giullare, si muove con ironica disinvoltura e i movimenti delle sue braccia, sembrano a volte insignificanti.

E’ curiosa questa alternanza di sensazioni, un continuo batti e ribatti di visioni e musica, che nutre positivamente il mio stato d’animo. C’è spazio pure per qualche gag, che il pubblico dimostra di gradire, liberando applausi spontanei, puntuali e meritati. Il concerto è sempre coinvolgente e verso la fine il ritmo si fa ancora più incalzante, tant’è che alcuni giovani vanno a ballare sotto il palco, lasciando vuote le poltrone che in casi come questi, diventano vere e proprie gabbie.

Il doveroso bis fa scatenare tutta la platea: si può ben dire che musicisti e spettatori ora sono un tutt’uno, e integrandosi a vicenda formano una sola e grande orchestra. La soddisfazione è palpabile e massima da parte di tutti, ed il concerto finisce in un crescendo musicale davvero trascinante, creando un clima di grande festa.

Si accendono le luci di sala, ed i sedici protagonisti abbracciati fra loro, formano un vero e proprio sipario umano. Un fragoroso battito di mani li saluta, fino all’ultimo e cortese inchino.

Siamo giunti proprio alla fine; lentamente, lascio soddisfatto il teatro con la musica ancora tutta nella testa, e davanti ai miei occhi passano veloci tutti quei piccoli fotogrammi, che ho solo pensato di fermare, ma che un giorno o l’altro spero di raccogliere, e veder così realizzato questo mio piccolo sogno fotografico…” una foto verso il palco “.

La ragazza che chiuse la porta

“La ragazza salì le scale di corsa, spinse la porta ed entrò nella stanza in penombra. Dalla finestra filtrava una luce flebile che illuminava un tavolino apparecchiato. Sui bicchieri colmi di vino scuro, si rifletteva la fiamma di una candela accesa.” Vide la porta della camera socchiusa, si avvicinò timorosa e lentamente la aprì: sul letto in disordine giaceva una vestaglia nera femminile, era la sua. Di scatto e con rabbia chiuse quella porta. Corse in bagno e una prima lacrima striata di nero, scese sul suo viso. Si pose davanti allo specchio ovale, lo sguardo era cupo, sconsolato e confuso. Rimase lì immobile alcuni secondi, era una fotografia dentro quello specchio, era così confusa che non sapeva distinguere la sua vera faccia, da quella riflessa che vedeva davanti a lei. Con un filo di voce disse tra sé: “Anna, che ti succede!” Non fece in tempo a chinarsi sul lavabo, che sfogò in un pianto dirotto: dai suoi occhi lucidi uscì un fiotto di lacrime, che le bagnò tutto il viso. Da lì a un po’ si lavò e dopo essersi appena ripresa, tornò in soggiorno e si sedette sul divano. Le mani fra i capelli, lo sguardo nel vuoto, si sentiva stanca e pesante. Nella stanza regnava uno strano silenzio e d’improvviso uno squillo di telefono tagliò l’aria. Anna ebbe un sussulto, controvoglia e titubante alzò la cornetta.

“Ciao sono Marco”, disse una voce maschile a lei familiare. Era il fidanzato e un po’ si irrigidì, ma prontamente rispose:

“Trovi pure il coraggio di chiamare, dopo quello che hai combinato stasera?” “Senti Anna”, la interruppe Marco, “credo di doverti delle scuse e delle spiegazioni, in merito a ciò che stai dicendo”. A quelle parole Anna subito si spazientì e sentendosi un fiume in piena come mai lo era stato, rispose decisa alzando il tono della sua voce: “Caro Marco, non so se le tue scuse possano bastare. Mi sembra che tu questa volta, abbia superato ogni limite di mancanza di rispetto alla mia persona. Ti avevo dato le chiavi di casa mia, perché avevo riposto grande fiducia nei tuoi confronti. Ti pensavo affidabile, serio, un uomo su cui contare per progettare assieme il nostro futuro. Nei primi mesi trascorsi con te ero particolarmente entusiasta, piena di vita. Poi un cambio di rotta graduale, al quale non volevo crederci, stentavo a crederci. Vedevo un tuo lento distacco verso di me e già nutrivo qualche sospetto, ma non volevo immaginare a ciò che poi è successo. Quello che hai fatto però stasera dentro le mura di questa casa, è un’offesa profonda alla mia dignità: hai pranzato con un’altra donna e poi avete consumato usando spudoratamente la mia vestaglia. Ve ne siete andati lasciando le tracce sporche del vostro passaggio, e mi vuoi pure dare delle spiegazioni…” Marco timidamente cercò di interromperla: “Senti Anna, si è vero, ho perso la testa per un’amica e forse stasera ho esagerato… proviamo a ragionare, a lasciar da parte le emozioni se vogliamo ricostruire questo nostro rapporto…” Anna bruscamente lo interruppe: “Tu pensi davvero ci sia margine per rimediare a quello che è successo, tu pensi che dall’oggi al domani si possano curar le ferite dell’anima di una qualunque persona? Io credo di no! Questa volta tu hai veramente tracimato, e come l’acqua quando supera gli argini, hai creato un danno che non puoi immaginare o non vuoi immaginare. Non sono più disposta ad accettare offese ed umiliazioni così pesanti. Se è vero che la notte porta consiglio, io penso che stanotte rifletterò a tutto ciò e quasi sicuramente chiuderò la porta su questa nostra triste storia”. Marco tentò di nuovo a rimediare: “Anna, domani mattina passerò lì a casa tua e forse con più calma riusciremo a parlare”. “Prova pure a passare e buonanotte!” le rispose fredda e distaccata. Posò la cornetta sul telefono, dentro di sé provava una sensazione di leggerezza e un po’ di inquietudine. Aveva voglia di riposare e dopo aver gironzolato per casa, decise di mettersi a letto. Nel sonno disturbato della notte, fece un sogno:

“…decine di stanze con porte e finestre che sbattevano in continuazione a causa del vento. In ogni stanza uno specchio grande con la sua faccia riflessa, gli occhi lucidi e stralunati. Lei vagava dentro quelle stanze, sulla spalla sinistra portava la sua vestaglia nera raggrinzita. Davanti ad ogni specchio si fermava ad osservare quel viso fermo appeso alle pareti. Pian piano si avviò verso l’ingresso principale, uscì e si sedette sola in mezzo alla strada. D’improvviso, una spazzola di vento le passò con forza tra i capelli e le spalle, portandosi via la nera vestaglia: attorno a lei avvertì una calma irreale. Dietro di sé sentì un colpo secco, si girò d’istinto verso casa e vide la porta chiusa. La fissò per alcuni secondi…”

Era ormai mattina e alla prima luce Anna aprì gli occhi. Si sentiva un po’ frastornata e affaticata, pensò subito al sogno appena fatto, a tutti quegli specchi con quel viso, alla vestaglia nera, alla porta chiusa. Capiva e non capiva, lentamente poi si alzò. Dopo aver fatto colazione sentì il suono del campanello, era Marco: “Posso venir su?” “No” rispose senza esitazione, “tra noi tutto è finito, credo che non ci sia altro da dire. Tanti saluti!” Posò il citofono, aspettò che Marco se ne fosse andato, prese la propria borsetta e uscì. Salì sul primo tram e serena andò al lavoro.

Il prato delle farfalle

Era una primavera  bellissima. Nel grande prato sotto la piccola montagna, era tutto un trionfo di colori: fiori variopinti, eleganti fili d’erba e tanti piccoli insetti. Coccinelle, bruchi, millepiedi e farfalle; si, soprattutto farfalle, per questo era chiamato dai tempi più lontani il prato delle farfalle. Ve n’erano di tutti i tipi, grandi, piccole e colorate. Tra loro alcune erano un po’ speciali, per via delle ali molto originali, ma una in particolare si faceva notare per la sua sensibilità e delicatezza: le ali erano sottili e trasparenti, con eleganti decorazioni e ricami. Il bordo era tratteggiato da uno splendido turchese, che le dava molta grazia. Si chiamava Laura e con queste ali volava dolcemente su quel prato, soprattutto nei giorni assolati.

Un bel dì arrivò la pioggia e il vento, Laura stava rientrando a casa ed il maltempo la fece rovinosamente cadere. Rimase impigliata tra i fili d’erba, con le ali sporche di terra e un po’ ferite. Provò a rialzarsi ma era prigioniera e nonostante qualche grido d’aiuto, nessuno la sentì. Solo dopo un paio di giorni, riuscì  a fare un piccolo volo, ma il vento  e la pioggia intensa le impedivano di volare. Trascorse ancora molti giorni in balìa di quella bufera e la sofferenza era sempre più forte. Una mattina si svegliò e vide una luce tenue filtrare attraverso i fili d’erba. “Chissà”, pensò tra sé “che ora non riesca a liberarmi!” Il calore del sole asciugò tutto il prato e pure il suo corpo, che ora era più leggero anche se ancora un po’ ferito. Il giorno dopo sbatté le ali e sentì subito di aver riacquistato un po’ di forza. Aspettò qualche ora e nel primo pomeriggio, fiduciosa provò ad alzarsi in volo: si sentiva finalmente libera anche se un po’ stanca.

Passarono le ultime settimane di primavera e Laura era ritornata a librarsi in aria con una certa sicurezza. Una mattina di inizio estate, il cielo si oscurò e la piccola farfalla si avventurò per il solito volo quotidiano. “Fermati, non andare! E’ pericoloso e tra un po’ potrebbe arrivare maltempo, vedrai che nei prossimi giorni uscirà di nuovo il sole,” le dissero le sue amiche. “Vado e torno,” rispose lei incurante dei preziosi consigli. Dopo pochi minuti si alzarono impetuosi soffi di vento e dal cielo iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia: erano pesanti e sempre più intense, accompagnate da tuoni e fulmini. Un forte temporale si abbatté su quel prato e quasi tutti gli animali si misero al sicuro, Laura però rimase intrappolata travolta dalla forza del vento e dell’acqua. Le sue ali resistettero solo qualche minuto, dopo di che si piegarono e cadde a terra stordita e confusa. Ancora una volta non ce l’aveva fatta a volare dentro una bufera; sconsolata, rimase lì alcuni giorni. Tentò varie volte a rimettersi in volo, ma le sue ali bagnate, sporche e ferite le impedivano di muoversi.

Non sapeva cosa fare.

Da lì a qualche giorno, passò da quelle parti il piccolo Hans, un bimbo particolarmente vispo e gioioso. In un momento di silenzio sentì un lamento, ma non riusciva a capire da dove veniva. Poi udì una flebile voce, un piccolo grido d’aiuto:”Ehi tu, sono qua! Mi potresti aiutare?” Hans chinò lo sguardo e vicino ai suoi piedi vide una graziosa farfalla, imprigionata tra l’erba. “Mi chiamo Laura,” disse lei..

“Cosa ti è successo, perché sei così malconcia?” le chiese Hans. “Son rimasta prigioniera e sola dentro il temporale, e le mie ali sporche e ferite ora non riescono più a volare. Ti chiedo solo di aiutarmi, per favore!” Hans con delicatezza raccolse la piccola farfalla e la portò a casa. Se ne prese subito cura. Le lavò delicatamente tutto il corpo, facendo attenzione alle ali ferite. “Per alcuni giorni resterai a riposo,” le disse il bimbo, “poi ti lascerò libera nel mio giardino.” Passò un po’ di tempo e Laura, guarita, iniziò a fare piccoli voli sulle piante ed i fiori davanti a casa. Era ancora molto timorosa, ma grazie ad Hans prendeva sempre più confidenza.

Trascorsero alcune settimane e finalmente sentiva le sue ali sempre più forti. Nel bel mezzo dell’estate, con il sole sempre più caldo, Hans decise di lasciar andare Laura: “Credo tu possa volar da sola.” “Certo,” rispose lei, “sento le mie ali energiche e fresche, perciò prima di sera andrò via. Caro Hans, ti debbo ringraziare per ciò che hai fatto per me.” Nel tardo pomeriggio, Laura volteggiò per diversi minuti nel giardino, dopo di che sorridendo prese la via del grande prato; il piccolo la salutò con tutte due le mani.

Sul finir dell’estate, mentre Hans stava giocando, sentì in lontananza una musica. Attratto da quei suoni andò loro incontro e vide una carovana che avanzava verso casa sua: era una piccola orchestra tzigana, con fisarmoniche, violini, trombe e chitarre. Alla vista del bimbo la musica s’interruppe e un violinista si avvicinò a lui chiedendo: “Stiamo cercando un bambino di nome Hans; tu lo conosci?”

“Sono io,” rispose alquanto sorpreso. Il musicista continuò: “Portiamo per te i saluti di una splendida farfalla, che abbiamo incontrato giorni fa.” Il piccolo rimase incredulo ed i suoi occhi si illuminarono e subito chiese: “Come sta lei adesso?”

Il violinista sorrise e rispose: “Lei adesso…” Hans non capiva quella pausa, poi d’improvviso capì: nascosta dietro l’orchestra, Laura si levò in volo con forza, grazia ed eleganza e con voce squillante gridò:

“Lei adesso…vola…vola…vola!!!”

Un raggio di sole per Babbo Natale

ImmagineEra una splendida mattina di sole, nei primi giorni di dicembre. Poco fuori dal paese, le renne Korn e Flakes, stavano provando la slitta di Babbo Natale, sulla distesa ghiacciata. Era un po’ freddo, e tanti raggi di sole cadevano tiepidi sulla campagna, canticchiando felicemente. Tra loro, ce n’era uno particolarmente buffo e vivace. Si chiamava Chiaro, anche per via dei suoi biondi capelli ricci; era appena un cucciolo e si divertiva a far dispetti alle amiche renne. Si metteva in mezzo alla pista, saltando un po’ di qua e un po’ di là, facendo mille giravoltole, pur di frenar la corsa della slitta. Dopo un po’, Korn e Flakes si spazientirono, e stufe di questo gioco, se ne andarono a casa. Il giorno seguente, ritornarono sulla pista ch’era ancora buio, ma all’arrivo dell’alba, ecco che tra i primi raggi di sole, c’era di nuovo Chiaro, il quale riprese a scherzare con loro. Ad un certo punto però, la slitta arrivò così veloce, che sbattè contro il cucciolo furbetto, e…patapunfete!, si rovesciò malamente, ammaccandosi le fiancate, mentre le renne caddero gambe all’aria sul ghiaccio. Sconsolate, si rialzarono e rimproverarono il cucciolo per quanto accaduto: “ Per fortuna non ci siamo fatte niente, però guarda la slitta come si è rovinata; tra pochi giorni servirà a Babbo Natale e così conciata sarà un bel problema. Che facciamo adesso? “ Chiaro, arrossendo un po’, subito si scusò: “Credo di aver esagerato con il mio gioco, e vorrei perciò rimediare a questo guaio. Posso fare qualcosa per voi? “ “Certo, “risposero in coro le due renne, “tra qualche giorno viaggeremo per portare i doni, e con la slitta un po’ malandata, sarà difficile salire in cielo. Ti chiediamo perciò di aiutarci. “ “Se è per questo non mi tiro certo indietro. Tra le stelle mi muovo ad occhi chiusi, e perciò vi accompagnerò sicure e protette anche da molti miei amici. “Korn e Flakes, gli strinsero forte le mani, certe di aver trovato un sincero alleato e aggiunsero: “Così ci fai veramente felici; la sera del 24 dicembre, appena fatto buio, ci troveremo in questo posto e partiremo assieme per una bella e indimenticabile avventura. “Chiaro sorrise commosso e rispose: “Sarò puntuale e vedrete che sarete pienamente soddisfatte.” Nel tornare a casa, le renne incontrarono Babbo Natale, il quale si accorse che la sua slitta era ammaccata.

“ Che cosa è successo? “ chiese un po’ preoccupato. “Niente, solo un piccolo incidente; tutto sarà risolto da un nostro grande amico, ma non ti diciamo altro. Vedrai che bella sorpresa ti aspetta, “ risposero prudenti Korn e Flakes. “ Bene, ho grande fiducia in voi, perciò allo stesso giorno e stessa ora io sarò al solito posto, pronto a partire, “ disse il vecchio grattandosi la lunga barba bianca. I giorni passarono in fretta e la sera di Natale, tutti si trovarono sulla pista, punto di partenza della carovana natalizia, come sempre carica di regali per tutti i bimbi della terra. Babbo  Natale un po’ curioso, chiese: “ Ma dov’è la sorpresa?, io non vedo niente di nuovo.” “Aspetta e vedrai,” risposero ridacchiando le furbe renne, e in coro gridarono: “ Chiaro, noi siamo pronti, adesso puoi venire.” Improvvisamente la campagna si illuminò, e il piccolo raggio di sole accompagnato da decine di simpatici amici, si avvicinò esultante alla slitta:” Eccomi qua, puntuale e felice come sempre.” Babbo Natale sentì un brivido sulla pelle e, sgranando i suoi occhi esclamò:  “ Credo di aver viaggiato in mille stravaganti modi nella mia vita, ma un viaggio su un raggio di sole, proprio mi mancava…spero solo di non scottarmi! Meglio non perder tempo, partiamo subito!” E soddisfatto il piccolo Chiaro rispose: “ Sono fiero di potervi accompagnare nel mio cielo stellato. Vi prometto che tutto andrà bene; prendete pure posto, che tanti piccini ci stanno aspettando.” Quando furono pronti, partirono cantando a squarciagola, gioiosi di affrontare quella splendida nuova esperienza. Viaggiarono per alcune ore, tra una splendente mezzaluna e brillanti stelle sempre sorridenti, guidati perfettamente da Chiaro ed i suoi amici. Dopo aver consegnato tutti i doni, ritornarono sulla terra e il piccolo raggio di sole disse: “ E’ stato un vero piacere. Possiamo dire di esserci divertiti tanto, e sono sicuro che ora tutti i bambini si sveglieranno sorridenti e trepidanti per i regali che gli abbiamo portato.” Babbo Natale felice più che mai, alzando gli occhi al cielo ancora scuro, incrociò quelli della luna, che subito sorrise. Attorno a lei, le stelle tenendosi per mano formavano un grande cerchio luminoso, pronte a danzare. “ Ehilà voi, mi sentite?”, gridò loro Babbo Natale. “ Certo,” risposero tutte in coro. E ancora il vecchio: “ Voi date il via alle danze, mentre noi facciamo un grande evviva.” Le stelle iniziarono a girare ballando attorno alla luna, e nel cielo fu subito un gran fermento… sulla terra Babbo Natale e tutti gli amici, iniziarono a saltellare e tutti assieme brindarono cantando: “ GIRO, GIROTONDO, BUON DIVERTIMENTO A TUTTI I BIMBI DI QUESTO MONDO!!!”

Il sogno di Babbo Natale

Dicembre. Da alcuni giorni, Babbo Natale dormiva tutte le notti nella calda e accogliente stalla delle sue renne, che di lì a poco, lo avrebbero portato in giro per il mondo a consegnare i doni ai bambini. Voleva far loro compagnia, perché per le renne, papà Renè, mamma Cornetta e il piccolo Cornetto, sarebbe stato un viaggio lungo e difficile, in ogni angolo della terra, con una slitta molto pesante.

Una bella e fresca mattina, Babbo Natale si svegliò tutto sudato e un po’ spaventato. “ Che ti succede ? “ chiese papà Renè. “ Ho fatto un sogno particolare “, borbottò Babbo Natale, tirandosi giù dal letto. “ Ho visto molti bimbi piangere per la guerra, perché rubava loro la libertà di giocare.

Sono perciò molto preoccupato “, continuò, “ e non so quali regali possano farli felici “.

Mamma Cornetta che ascoltava con attenzione, disse: “ Io che sono madre, capisco tutta la tua preoccupazione, e vorrei tanto che questi piccoli, ritrovino la loro felicità. Secondo me dobbiamo fare in modo che abbiano un premio davvero speciale, ma non saprei quale “. E rivolgendosi al suo piccolo aggiunse. “ Caro Cornetto, credo che Babbo Natale abbia bisogno di un tuo parere. Cosa vorresti te piccolo cucciolo come dono, per ritornare a sorridere e gioire ? In poche parole, cosa dobbiamo portare di speciale a questi poveri bimbi ? “

Cornetto, che era molto intelligente, mentre si stava ancora pulendo il musetto, rispose: “ Credo che per ridar loro la felicità, sia utile che tutti i fucili e le bombe non facciano più danni. Dovremo pensare di cambiare le armi vere con quelle giocattolo, o qualcosa di simile. “

“ Questa è una bellissima idea ,“ replicò Babbo Natale in maniera gioiosa, e continuò: “ Se noi riusciamo in questa impresa, questi bambini potranno di nuovo giocare e correre felici nelle piazze e nelle strade delle loro città. “ Papà Renè aggiunse: “Sono perfettamente d’accordo; ma tu Cornetto in pratica cosa proponi. “ Il piccolo riflettè un attimo e poi molto saggiamente rispose: “ Penso, che una soluzione sia di sostituire tutto ciò che esplode, con piccole cose che siano inoffensive. Perciò dobbiamo mettere nei fucili dei soldati, caramelle, noccioline e cioccolatini. Per quanto riguarda le bombe, metteremo al loro interno acqua e sapone, e così al momento di toccar terra, faranno solo piccole e grandi bolle, trasparenti e dai mille colori, con le quali tutti, grandi e piccini potranno giocare, facendo pure una gran festa. “

I tre grandi rimasero stupiti per l’idea geniale di Cornetto, e tutti in coro dissero: “ Non c’è tempo da perdere, diamoci da fare fin da subito! “ E così fecero.

Dopo pochi giorni di intenso lavoro, la slitta era stracarica di tanti doni speciali e la notte di Natale partirono, fiduciosi che tutto sarebbe filato liscio. In fin dei conti il programma del viaggio era stato curato sin nei minimi dettagli. Ritornarono dopo tre giorni, stanchi ma pienamente soddisfatti.

“ Aspettiamo un po’ di tempo, “ disse Babbo Natale “ e poi troviamoci per leggere le nuove e belle notizie del mondo.“

Trascorsa una settimana, i quattro amici si incontrarono a casa del vecchio barba bianca, il quale aveva già preparato tutti i giornali internazionali. Con grande gioia lessero il titolo di tutte le prime pagine, che suonava così: “BOLLE DI SAPONE E CARAMELLE. FINALMENTE UN NATALE DIVERSO PER GRANDI E PICCINI .” La loro impresa era perfettamente riuscita. Babbo Natale visibilmente soddisfatto, abbracciò fortemente il piccolo Cornetto e gli disse: “ Ti sono veramente grato per il tuo grande aiuto. Grazie di cuore a te, mamma e papà. “

E brindarono alla salute e felicità di tutti i piccoli Cornetti del mondo.

La danza delle foglie colorate

Era autunno tardo e la piccola Alina che aveva quasi sei anni, osservava curiosa attraverso i vetri di casa sua, le La danza delle foglie coloratefoglie che ogni tanto, staccandosi dagli alberi, volavano libere in aria per poi adagiarsi dolcemente. Affacciarsi alla finestra, era diventato per lei come un gioco, e seguiva con occhi estasiati quel volo maestoso e anche un po’ magico delle foglie.

Dentro di sé però, iniziava a chiedersi perché tutto questo accadeva e una sera dopo cena, decise di chiederlo a mamma e papà: “Nel nostro giardino e nelle strade ci sono alberi alti e belli con tante foglie, che da un po’ di giorni cadono a terra. Perché succede questo?” Mamma e papà, dapprima si guardarono stupiti e sorpresi, poi papà tirò Alina sulle sue ginocchia e provò a spiegarle: “Vedi piccola mia, questa è la stagione dell’autunno ed è un periodo di riposo per le piante. Ad esempio, noi esseri umani iniziamo la giornata al mattino e concludiamo stanchi la sera, perciò, dopo tante ore trascorse in piedi, ci tocca riposare per recuperare l’energia che abbiamo consumato al lavoro. Vedi, la sera per noi uomini è un po’ come l’autunno per le piante, che dopo aver trascorso tutto l’anno sotto il sole e la pioggia, decidono di mettersi a riposo e proseguirlo per tutto l’inverno: poi a primavera, inizieranno una nuova vita con foglie fresche e diverse.” Alina ascoltò attenta senza dir niente, scivolò per terra e andò alla finestra. La mamma osservò la scena e dopo qualche secondo le si avvicinò e le disse: “Nella nostra città, proprio in questo periodo, arriva il vento da nord che tira giù, anche con rabbia, tutte le foglie degli alberi: a volte è pure burbero, gira loro attorno facendo qualche piroetta, poi al momento giusto, scivola con forza e furbizia tra i rami e se le porta via senza chieder permesso. Dopo di che cadono a terra. Ma non è finita qui: dopo pochi giorni, arriverà il vento da sud, che è molto più cortese e le farà danzare e suonare. Questo è un giorno speciale, perché tutto si ferma per pochi secondi, quando passa il vento; i nostri vecchi han chiamato questo evento “La danza delle foglie colorate”, e nei prossimi giorni quando accadrà, papà ti porterà in strada a vederlo”. La piccola rimase colpita dal racconto di mamma Dori e senza esitare rispose: “Voglio proprio vederla questa danza!”

Nei giorni a seguire Alina trascorse molte ore incollata ai vetri, aspettando il vento da nord che puntualmente arrivò: fischiava così forte che si sentiva fin dentro la sua stanza. Passava  in mezzo ai rami, staccava le foglie e le lasciava libere di volare: poi, si adagiavano a terra cullandosi tra le ultime folate del vento freddo. Ma era la loro danza, che la bimba era ansiosa di vedere. La sera poco dopo cena, Alina disse a papà: “Oggi ho visto un forte vento staccare tutte le foglie; quand’è che mi porti a vederle danzare?” “Dipende da quando arriva questo vento”, rispose papà Toni, “possiamo provare domani mattina”. “Evviva, evviva!” rispose la bimba particolarmente entusiasta e divertita.

La mattina seguente verso le dieci, papà osservò il grande viale che passava davanti casa. Tutto sembrava ancora tranquillo, ma visto che aveva promesso alla figlia che le avrebbe mostrato la danza delle foglie, decise di uscire subito: “Vieni Alina, credo sia meglio andare”. Si coprirono per bene e fatti pochi passi, si sedettero sulla prima panchina libera del marciapiede. Attorno a loro tanti mucchi di foglie di vario colore: giallo, marrone e rosso. Per strada, tanta altra gente passeggiava tranquillamente, mentre su altre panchine prendevano posto genitori e bimbi, curiosi spettatori di ciò che poteva accadere. Mancava poco alle undici e ancora nulla si era mosso. Improvvisamente, papà notò alcune foglie muoversi proprio lì vicino, così avvertì la propria piccola: “Preparati, che mi sembra che arrivi il vento da sud”. Un po’ alla volta si sentì alzarsi un leggero sibilo, quasi come un preavviso. Tutta la gente attorno si preparò all’evento: chi stava passeggiando si fermò in piedi o nei pochi posti rimasti liberi sulle panchine, e persino i tram fermarono la loro corsa. Tutti aspettavano con ansia quel magico momento. Il vento iniziò a soffiare un po’ più forte, fino a sollevare tutte le foglie. Per alcuni istanti, sembrava un colorato fiume volante, ma appena aumentò la sua forza iniziarono a prender forme diverse: quelle rosse divennero figure umane, quelle gialle cerchi e quelle marron, un po’ in disparte, divennero tanti violini. Alina era in estasi, rapita e stregata da ciò che stava vedendo.

Le foglie rosse danzavano leggere e con grande armonia, circondate dagli enormi cerchi gialli che si muovevano con grazia. Poco più in la, anche i violini iniziarono a suonare, come una piccola orchestra, dapprima con un suono lieve, e poi aumentandolo sempre più: era un suono pieno, un suono sinfonico, eran “Le quattro stagioni” di Vivaldi. Il corpo di ballo prese un gran ritmo: due passi avanti, due indietro e due di lato, con le braccia che si muovevano sinuose. Dopo aver girato varie volte su sé stessi, i cerchi si misero a terra e con un morbido balzo le rosse foglie ballerine vi saltarono dentro; la musica andò sfumando e con un inchino salutarono con grazia. Ci fu solo un attimo di silenzio, dopo di che un ultimo e improvviso colpo di vento, spazzò via tutte le foglie, ballerine, cerchi e violini. Il tutto durò un minuto, forse due, le gente rimase attonita, quasi incredula per ciò che aveva visto: un caloroso applauso ruppe quell’incanto, e tutto tornò alla normalità.

Papà Toni e Alina si alzarono anche loro stupiti, quando la piccola  vide qualcosa nell’aria: “Guarda, una foglia rossa!” Poco sopra la sua testa, una piccola foglia rossa galleggiava leggera. “Vediamo dove va”, disse papà. Attesero qualche istante e andò proprio a posarsi sulla loro panchina; Alina tentennò, poi corse e la prese con sé. “La terrò per ricordo di questo evento”, disse al papà, e tornarono subito a casa.

Un regalo dal mare

“Caro Khaled, da un po’ di giorni il nostro bimbo sta male, ha la febbre molto alta ed il medico dice che bisogna curarlo in un altro paese. Ti supplico di venire a casa. Cari saluti, tua Amina”.

Khaled era soldato a un migliaio di chilometri da casa e rimase scosso dalla lettera di sua moglie. Capì che doveva far presto e chiese subito una licenza per tornare dalla famiglia. “Ti posso dare solo cinque giorni per l’emergenza, ma ti ricordo che dovrai rinunciare alla prevista vacanza di Natale”, gli disse il capitano. “Va bene”, rispose lui, “spero mi bastino; mio figlio ha bisogno di cure urgenti ed è per me necessario andare immediatamente a casa. La ringrazio molto”. Mentre stava per uscire dalla stanza Khaled si fermò,  tornò verso il suo superiore e un po’ timidamente si rivolse a lui: “Signor capitano, la strada di casa è molto lunga, vorrei che lei mi aiutasse”. “Cosa ti serve?” rispose il capitano. “Un bel cavallo bianco dalla folta criniera, che corra più veloce del vento”, disse di nuovo Khaled.

Il capitano rimase sorpreso dalla richiesta e sentendosi un po’ coinvolto ribattè: “Domani mattina alle cinque trovati nel piazzale pronto a partire; vedrai che rimarrai soddisfatto”. Khaled ringraziò e andò nella sua camera; prima di mettersi a letto preparò lo zaino per il viaggio. Trascorse una notte agitata, senza chiuder occhio: il suo pensiero era per il figlio Salim. Alle cinque si recò nel piazzale e da lontano vide una leggera figura d’animale. Man mano che s’avvicinava, s’accorse che era uno splendido cavallo bianco come aveva chiesto. Appeso al collo, seminascosto dalla bella criniera, c’era un biglietto scritto a mano: ”Caro Khaled, questo è il mio cavallo; trattalo bene e vedrai che prima di sera sarai a casa. Capitano Abdul”. Sull’orecchio destro portava una minuscola targa con il nome: Glop. Gli occhi erano verdi e splendenti e aveva una morbida e lunga criniera. Khaled lo accarezzò con dolcezza come fosse suo figlio, e dopo aver sistemato lo zaino gli sussurrò qualcosa all’orecchio, dopo di che salì in groppa e partirono. Il cavallo prese subito una leggera corsa e dopo pochi minuti iniziò a correre sempre più veloce: correva leggero, quasi volava, dalla strada si alzavano alte foglie e polvere. La lunga criniera gonfiata dal vento, rimaneva alta, tanta era la velocità. Poco prima di mezzogiorno dopo alcune ore di viaggio, Khaled iniziò a vedere le prime case del suo villaggio e dopo un po’ arrivò a casa. Diede subito da bere a Glop che era molto sudato e poi lo salutò: “Ora torna dal tuo capitano, dalla stessa strada. Ti saluto e mille grazie”. Il cavallo alzò la testa, nitrì e girandosi prese da solo la via di ritorno.

“Khaled, ti stavo aspettando, vieni a salutare Salim”, disse sua moglie abbracciandolo forte. Khaled senza parlare corse in camera e trovò il bimbo a letto. “Come stai figliolo?”, gli chiese toccandogli leggermente la calda fronte. “Papà, finalmente sei arrivato; voglio guarire, portami in ospedale”, disse il piccolo con un filo di voce. Khaled annuì con il capo e con Amina tornarono in cucina.
“Dobbiamo salvare nostro figlio e qui non ci sono ospedali. Il medico ha detto che dobbiamo portare Salim di là del mare: cosa facciamo?”, chiese Amina al marito, il quale rispose: “Certo, nostro figlio ha bisogno di cure urgenti e solo se attraversiamo il grande mare lui guarirà. A questo punto non posso più tornare a fare il soldato, perché la vita di Salim è molto più preziosa. Ho una piccola barca e domani mattina presto partiremo, io, te e Salim. Vedrai ci lasceremo portar dalle onde ed il mare alla fine ci aiuterà”.

Amina non poteva che esser d’accordo e preparò subito le valigie. La mattina dopo arrivarono al mare, dopo aver camminato un paio d’ore. Da sotto un grande sasso, Khaled tirò fuori la sua barca color verde chiaro e vi adagiò lentamente Salim dentro una coperta di lana. Una distesa infinita di acqua salata si apriva davanti ai loro occhi ed il vento appena sussurrato, gli invitava in mare. Tutto era tranquillo e Khaled incrociando lo sguardo di Amina, disse a bassa voce: “La strada del mare è l’unica salvezza e sarà il nostro regalo di Natale per Salim”; e lentamente presero il largo.

Al secondo giorno, Amina vide poco distante dalla barca tre delfini e incuriosita dalla loro presenza li salutò: ”Ciao, dove state andando?”. “Vi accompagniamo dentro questo mare aperto che noi conosciamo molto bene. Contate pure su di noi se ne avrete bisogno”, rispose uno dei tre. In quel momento sentendo le voci, Salim si svegliò e chiese: “Cosa succede mamma?”.

“Bimbo mio, siamo seguiti da tre coraggiosi delfini, che ci terranno buona compagnia”, disse la madre rincuorando il figlio. Per tre giorni e tre notti, la barca avanzò senza problemi nel pacifico mare. Al quarto giorno però, il vento iniziò a soffiare forte e le nubi in cielo erano sempre più nere. Khaled guardò in alto con preoccupazione, e sentiva le onde sotto la barca farsi alte e minacciose. Amina teneva Salim stretto fra le sue braccia, timorosa per ciò che stava succedendo. Il vento aumentava la sua forza, facendo ondeggiare pericolosamente la piccola imbarcazione, e dopo qualche ora iniziò un temporale: forti scrosci di pioggia si alternavano a raffiche di vento quasi insopportabili e la situazione continuava a peggiorare. I delfini, maestri nuotatori, intuirono che qualcosa di grave poteva accadere e stettero ancor più vicini ai loro tre amici. D’improvviso, le onde si fecero più alte e la barca si ribaltò: Khaled, Amina e Salim vennero sbattuti nell’acqua fredda e disperati chiamarono aiuto.

I delfini intervennero con decisione e si presero cura dei tre. In pochi secondi Khaled, Amina e Salim, si trovarono ognuno sulla schiena dei tre delfini, i quali dissero loro: “Ora state calmi, vi accompagneremo noi per il resto del viaggio”. Tra le onde agitate di quel mare, i tre animali si muovevano con disinvoltura e molta cautela, dovevano portare in salvo l’intera famiglia.

Trascorsero alcune ore sempre dentro la burrasca e dopo un po’ il vento si placò ed il cielo tornò sereno. La mattina dopo, raggiunsero la costa. I delfini, dopo aver fatto scendere a terra i loro tre ospiti, presero felici la via del mare. Khaled, Amina e Salim, ormai allo stremo delle forze, vennero subito soccorsi e portati all’ospedale più vicino.

Nel giorno di Natale, Salim era ancora in ospedale e nella stanza con lui altri bambini festosi e divertiti, che giocavano con nuovi giochi colorati. Salim ormai guarito, osservava felice tutti quei giochi, tutti quei colori, e i bimbi intenti a giocare.

Dopo un po’, una bambina alzando la testa, vide che Salim non aveva doni accanto a lui e un po’ stupita gli chiese: “Dove sono i tuoi regali?”. Il bimbo, alzando le spalle e con gli occhi larghi e illuminati, rispose: “Io ho ricevuto un solo regalo che tu non puoi vedere, ed è  un dono grande e bellissimo, perché è un regalo venuto dal mare”.